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Benvenuti nel sito ufficiale di Bruno Cavallo, flautista



Comunicazione e Arte – Il Cavallo Pensiero

Di questi tempi comunicare è obbligatorio, ma non ci si deve dimenticare che il nostro “fine” è quello di emozionare chi ascolta per passare dal ruolo di semplice show-man a quello di Artista, ruolo che rivendico da sempre anche per i flautisti. Dico “rivendico” perché nell’immaginario comune dell’ambiente musicale gli Artisti sono i Pianisti, i Violinisti, e qualche Violoncellista, mentre noi siamo di estrazione bandistica e abbiamo poca cultura musicale (vero), una gestione strumentale approssimativa (vero) e i più bravi tra noi sono quelli che, sorvolando sugli Adagi, fanno le note più velocemente degli altri e che quindi più che emozionare divertono, un po’ come al circo (verissimo). Va da sè che per rimontare questa china il flautArtista deve essere uno che non solo sa fare tante note veloci, ma attraverso tutte queste note e, ribadisco, soprattutto con quelle lente degli Adagi, riesce anche a dare emozioni, dimostrando di essere culturalmente in grado di eseguire stili diversi in modi diversi e di modulare il suono come fanno i grandi Interpreti dei suddetti strumenti, i grandi Cantanti e i grandi Attori, esprimendo diversi stati d’animo mutando il tono e il volume della voce in rapporto alla Storia che si sta raccontando al pubblico. Certo i cantanti e gli attori sono avvantaggiati in questo, in quanto hanno un testo da raccontare con parole che narrano una storia, ed è in base al significato di questa storia che essi decidono o determinano il tono ed il volume della voce, ma credetemi, se voi suonando invece di pensare solo alle note veloci (perché quelle lente sono facili) pensate alla stessa storia e con il suono parlate, al pubblico arrivano tutte le emozioni della storia stessa. Certo per far ciò non basta avere un “bel suono” ma come minimo bisogna averne tanti, belli e brutti, perché non sempre le storie sono a lieto fine; non basta avere una sonorità magari morbida, ma occorrono tante sonorità magari non tutte morbide, perché non basta avere un bel volume di suono ma bisogna averne molti, perché non si parla d’amore o si lanciano ingiurie con lo stesso volume, e via di questo passo. E per cercare di soddisfare tutte queste necessità che il CavalloPensiero mira ad allargare le possibilità sonore del flauto perché, con tutto il rispetto, il flauto è solo un tubo più o meno prezioso che fa tutto quello che il flautista vuole o riesce a fargli fare. Certo questo concetto mi veniva rimproverato già molti anni fa da Mauro Scappini, che con accento bresciano mi diceva “ma questo non è più il flauto” evidentemente memore dei suoi passaggi estivi a Nizza dove tutto ciò che passa il mezzo forte in più o in meno “c’est pas la flute” (concetto poi ribaditomi anche da molti altri andati a cercar riconoscimenti e intrallazzi nelle scuole straniere) ma il Cavallo Pensiero non riesce ad ammettere che il flauto sia così limitato di per sé o nella testa del flautista (o peggio predeterminato da qualcuno) da avere una sola sonorità più o meno schiacciata con un modo di soffiare fluttuante e cioè forte per il quasi forte e piano per il “meno forte moscio” (con conseguente fluttuazione anche del mercato intonativo) con cui gestire tutta la storia della musica. Anche perché gli strumenti moderni (flauti compresi) consentono sonorità molto elevate, quindi non è più necessario soffiarci dentro “con parsimonia” come diceva Quantz nel suo Trattato anche perché da allora il repertorio si è “leggermente” ampliato e la vedo difficile soffiare con parsimonia o in modo “agreste” per eseguire la Sonata di Prokofiev o Density 21.5 di Varèse. Va da sè che la questione, per chi si deve ancora affermare, non si può risolvere eliminando il brano dal proprio repertorio adducendo pubblicamente motivi di inadeguatezza del proprio suono, perché così facendo non si potrebbe partecipare alla quasi totalità dei concorsi dove, peraltro, si impressionano le commissioni anche con la presenza sonora in rapporto al pianoforte (aperto e senza coperta sopra) e va da sè che un bel suono piano, ispirato e magari calante da flauto agreste ce l’hanno tutti perché basta soffiare poco ed alzare il sopracciglio. Questo, però, non vuol dire che il CavalloPensiero esorta a suonare sempre forte o che bisogna fare sempre il suonaccio (come dietro le spalle viene detto) ma bensì a variegare molto di più le sonorità senza variegare anche l’intonazione, per far sì che l’esecuzione del brano-Storia diventi interessante e catturativo dell’attenzione del pubblico, il quale non deve essere cullato sempre e solo da una “bellissima” sonorità soporifera, ma anche sconvolto, eccitato o rattristato dalla storia del brano e per far sì che, con qualsiasi strumento si trovi a dialogare, il flauto abbia pari dignità sonora senza richieste di trucchi o di agevolazioni del tipo: “qui suona più piano” (cambiando con ciò le indicazioni dell’autore). Ca va sans dire, quindi, che per noi la difficoltà strumentale più grande è quella di farsi sentire, quella di avere presenza sonora, quella di poter raccontare storie di passione anche violenta, non solo e sempre storie di uccellini, di fauni e ninfe o di pastori svizzeri o di carnevali di Venezia e, furbescamente, far passare tutto attraverso questo concetto adducendo il pretesto che il flauto è quello e sennò non è più il flauto. Il flauto, ripeto e non mi stancherò mai di dirlo, è un tubo senza cervello, attributo di cui dovrebbero essere forniti i flautisti, e che alcuni di essi dall’alto del loro storico potere (tramandato per nepotismo) decidano per tutti, con arroganza e protervia, che cosa è il flauto, come deve essere suonato e quali storie deve raccontare e che per chi non accetta la clonazione e la sudditanza c’è l’isolamento dal contesto flautistico, è per me intollerabile. Questo, in sintesi, è il CavalloPensiero che ha guidato e continua a guidare la mia vita artistica, stimolato e spronato in ciò dalla lunga collaborazione con i Grandi della Musica scritta, suonata, diretta e cantata il cui percorso è sempre “in avanti” alla ricerca della inarrivabile perfezione, senza soste e con continua autocritica.

 

Bruno Cavallo

tratto dal volume “Prattica per ben suonar di flauto” ed. AbEditore